Portella della Ginestra, la prima Strage di Stato
Retroscena di un eccidio che fu più che una strage ‘politica’: il 1947 segnò l’esordio in Italia della strategia della tensione
Il “compagno deputato” Li Causi ancora non si vede. La vallata di Piana degli Albanesi è piena di bandiere rosse, di ginestre in fiore e di disperati. La guerra e l’occupazione hanno lasciato ovunque macerie, ma in Sicilia di macerie ce ne sono sempre state e la gente ci abita dentro, da prima delle bombe alleate. Molti sono venuti qui, a Gryka e Spartavet o Purtelija e Jinestrés, come la chiamano i locali, anche solo per trovare qualcosa da mangiare.
Giacomo Schirò pensa che in attesa di Li Causi può dire qualcosa lui, ciabattino socialista di San Giuseppe Jato, perché quello è il comizio dei poveracci e quindi anche il suo. Schirò viene dal greco skyros, forte. Molti dei duemila radunati a Piana degli Albanesi sono contadini arbereshe, antica comunità bizantina, i cognomi italianizzati dalla storia o dal fascismo. E il fascismo aveva fascistizzato anche la Festa dei Lavoratori, anticipandola al 21 aprile, il Natale di Roma. Nel 1947 il Primo Maggio si può festeggiare di nuovo il primo di maggio, per la prima volta dopo vent’anni.
L’alba di un nuovo giorno
In realtà c’è molto altro da festeggiare. Ancora non c’è nemmeno la Costituzione che prevede le regioni, ma la Sicilia ha già ottenuto di votare per sé, perché il separatismo va combattuto con il bastone ma anche con la carota. E l’Isola ha appena votato, il 20 di aprile: il Blocco del Popolo di PSI e PCI ha preso il 32%, la DC è crollata al 20. Il Ministro dell’Agricoltura, il comunista Fausto Gullo, nel 1946 ha legalizzato le occupazioni di terre incolte da parte dei contadini e promette la Riforma agraria contro il latifondo. La guerra è finita da poco. Qualcuno parla di fare ‘come in Russia’: forse in Sicilia è davvero Primavera, l’alba di un nuovo giorno luminoso. Giacomo sale sul Sasso di Barbato e inizia a parlare alla folla. Pochi minuti dopo parte il fuoco.
Prima le granate, e qualcuno pensa ai petardi della festa. Poi le mitragliatrici, per un quarto d’ora, non si capisce da dove, ma sparano, sulla gente, sui bambini e sulle ginestre, sulle bandiere, su tutto. Muoiono lì undici persone. Ne moriranno altri, più tardi, tra i ventisette feriti.
Ma non finisce lì. Nel mese successivo si susseguono attentati con mitra e bombe a mano nelle sedi delle Leghe contadine di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini e molti altri paesi, ci sono ancora morti e feriti. E dei volantini che incitano la popolazione a ribellarsi al comunismo. Firmato, Salvatore Giuliano.
Il re di Montelepre
Quella del famoso bandito di Montelepre, detto Turiddu, è una tipica storia di guerra e di banditi. Nel 1943, in pieno conflitto, viene fermato a un posto di blocco con due sacchi di frumento presi al mercato nero. Ha anche una pistola, barattata per un fiasco di vino con un soldato jugoslavo. Tenta di sfuggire alle ‘guardie’ e la usa, lasciando a terra un morto e un ferito; si dà alla macchia. Durante una perquisizione presso la sua famiglia, sospettata di dargli asilo, spara ancora e uccide un altro carabiniere. Ha ventuno anni.
La sua strada è segnata. Si calcola che la sua banda, specializzata in rapine ed estorsioni, tra il 1943 e il 1950 abbia ucciso in totale 430 persone di cui almeno 100 tra le forze dell’ordine, rendendosi responsabile di altri 178 tentati omicidi, 11 stragi, 37 sequestri di persona, 37 estorsioni e rapine, 86 conflitti a fuoco. Eppure intorno a lui si forma un alone di leggenda, una fama di Robin Hood che ruba a ricchi proprietari terrieri per dare ai poveri. Forse i proprietari sono quei pochi che non vanno d’accordo con la mafia di Monreale, che lo appoggia e a cui si affilierà, diventando “uomo d’onore”. E da questi gesti la mafia trae il suo consenso.
Durante la latitanza si nasconde sui monti di Montelepre, e molti lo sanno: vanno perfino a trovarlo i giornalisti stranieri. Una è svedese, Maria Cyliacus, starà diversi giorni con lui e l’alone di leggenda si farà addirittura romantico, i rotocalchi parlano di love story. Salterà fuori che la svedese in realtà si chiama Maria Lamby Karintelka, è un’agente della CIA e forse è lì per uno scambio di informazioni, o di istruzioni. Ad un altro giornalista americano, Michael Stern, Giuliano consegnerà una lettera per il presidente Truman: signor Presidente, dice, in Italia c’è un governo comunista e la Sicilia rischia di diventare un’isola sovietica, sostenga il separatismo del Movimento Indipendentista Siciliano e la annetta agli Stati Uniti. Scrive proprio così: la Sicilia diventi una delle stelle della bandiera americana. Pochi giorni dopo a Portella della Ginestra è strage, e il Ministro degli interni Mario Scelba avrà cura di indicare Salvatore Giuliano come l’unico responsabile di un fatto criminoso locale, negando ogni implicazione politica. Molti della sua banda vengono catturati.
I morti non parlano
Turiddu si sente usato e abbandonato, si aspetta che i suoi vengano presto amnistiati. I patti non erano questi, pensa. Dalla latitanza comincia a parlare di accordi presi con Scelba e con altri deputati monarchici e democristiani, che gli chiedevano di fermare i comunisti nell’isola; scrive anche una lettera a l’Unità. Viene trovato morto il 5 luglio 1950 a Castelvetrano, ucciso nel sonno, ma la versione ufficiale dirà che è caduto in un conflitto a fuoco con i Carabinieri. Gaspare Pisciotta, suo ex sodale che si era autoaccusato dell’omicidio, dopo aver fornito varie versioni della collaborazione tra Giuliano e lo Stato muore avvelenato nel carcere dell’Ucciardone, nel 1954.
La morte del bandito Giuliano resterà un Segreto di Stato fino al 2016. Si scoprirà che a farlo fuori probabilmente non fu Pisciotta ma Nunzio Badalamenti, che risultava in carcere ma i servizi “l’avevano fatto segretamente evadere, incaricandolo del delitto per poi farlo tornare dietro le grate in attesa della gratitudine dello Stato”. Ma nel 2016 i testimoni diretti sono ormai quasi tutti morti, e anche della strage di Portella della Ginestra, come di tutte le altre Stragi di Stato, a tutt’oggi si conoscono gli esecutori materiali ma non i mandanti. Il contesto politico nazionale e internazionale, tuttavia, è ben noto; e se la verità giudiziaria resta ancora lacunosa, ben chiara è ormai la verità storica. Quella legata alla Guerra Fredda e a un’Italia a cui il blocco occidentale non poteva consentire di alterare gli equilibri mondiali.
Prove generali
Certo è che quell’eccidio servì a molti. La CGIL proclamò lo sciopero generale – di lì a poco si rompeva anche l’unità sindacale – e i partiti del Blocco dovettero faticare per tenere sotto controllo una situazione di altissima tensione. Dopo pochi giorni in Sicilia si formò un governo di minoranza a guida DC, e a Roma De Gasperi estromise la sinistra dall’esecutivo, ricevendo forti pressioni – dallo stesso Scelba, per esempio – per mettere fuori legge PSI e PCI. Ma non se ne fece niente, perché sarebbe stata guerra civile. Una prospettiva assai gradita a molti, perché ne sarebbe seguita una nuova occupazione militare da parte degli Alleati, ancora in arme, e una reazione autoritaria da parte dello Stato. Come stava accadendo in quegli stessi anni in Grecia, con una dinamica assai simile.
Insomma, quella strage segnò l’avvio della collaborazione tra settori reazionari dello Stato e la mafia in funzione anticomunista, un tentativo di provocare una reazione violenta delle sinistre per giustificare un colpo di stato, l’interruzione di politiche agrarie rivolte contro il latifondo e la mafia agraria e soprattutto la fine dei governi di unità nazionale. Una storia italiana, destinata a ripetersi con poche varianti per tutta la durata della Guerra Fredda.
A Portella della Ginestra nel 2018 dedicherà un lucidissimo saggio Emanuele Macaluso, classe 1924, ultimo testimone diretto di quei fatti drammatici.