Seconda accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati: il modello europeo che non c’è
Lunedì è stato presentato a Roma il Rapporto Annuale SPRAR 2015, rapporto che racconta come l’Italia, attraverso la SPRAR, rete del “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati” ha posto in essere, attraverso gli enti locali, progetti di seconda accoglienza o “accoglienza integrata” per i richiedenti asilo e rifugiati su tutto il territorio nazionale. Contemporaneamente, a Bruxelles, la Commissione europea poneva un ulteriore tassello per la riforma del sistema di asilo, volta non soltanto all’armonizzazione delle regole sulle procedure di asilo ma anche al potenziamento delle norme sulle condizioni d’accoglienza e la qualità di quest’ultima negli Stati membri.
Ma facciamo un passo indietro e definiamo cosa si intende per accoglienza, o meglio cosa prevede la normativa europea. La nozione di accoglienza è lastricata di incertezze concettuali, esacerbate dai differenti approcci degli Stati membri alla “crisi dei rifugiati”. La Direttiva 2013/33/UE non dà inoltre una chiara definizione di accoglienza, limitandosi a fornire una definizione di “condizioni d’accoglienza”, quali “il complesso delle misure garantite dagli Stati membri a favore dei richiedenti asilo”, fra cui sono annoverati vitto, alloggio, vestiario etc. Non dimentichiamo poi la differenziazione tra prima e seconda accoglienza. Per intenderci, parliamo di prima accoglienza quando i migranti raggiungono i confini dell’Unione, e quindi le procedure di identificazione e avvio della domanda di asilo. La seconda accoglienza arriva dopo, spesso molto dopo, e può dipendere da Paese a Paese, perché l’Europa non è ancora riuscita a concordare un reale sistema comune per le procedure di asilo. Ad ogni modo, essa abbraccia tutte quelle misure volte a favorire l’integrazione del richiedente asilo nella comunità di arrivo. Per aiutarci a fotografare più nel dettaglio la situazione in Europa relativa alla seconda accoglienza, il rapporto di AIDA (Asylum Information Database), progetto del Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati (ECRE), che colleziona i dati di 20 Stati europei (17 Stati membri e 3 non-UE), ci mostra un quadro molto frammentato e variegato delle politiche in materia adottate in Europa.

I dati riportati da AIDA, aggiornati al 31 dicembre 2015, sottolineano come la complessità e le differenze nei sistemi di seconda accoglienza degli Stati pongano numerosi limiti alla raccolta di dati comparabili. La Germania, ad esempio, destinazione principale dei richiedenti asilo, non fornisce dati omogenei sull’accoglienza nell’intero Paese. Ciò è dovuto alla distribuzione delle competenze sull’erogazione delle misure in materia ai Lander e dal fatto che la stessa capacità d’accoglienza si differenzia da uno Stato federato all’altro. Altro elemento importante è la disparità nell’effettiva capacità degli Stati membri di ospitare richiedenti asilo e rifugiati nel proprio territorio, alla luce delle indicazioni della Commissione sulla ricollocazione dei richiedenti asilo nei vari Stati. Nonostante il Sistema europeo comune di asilo (CEAS) preveda gli stessi obblighi per gli Stati membri, molti Paesi si sono dimostrati impreparati a sviluppare un sistema sufficientemente adeguato a rispondere all’elevato afflusso di migranti. Nonostante le difficoltà nel reperimento di informazioni specifiche, è possibile rilevare che gli Stati membri che accolgono il maggior numero di richiedenti asilo e rifugiati prevedano l’accoglienza in appartamenti o alloggi decentrati. Principalmente inoltre, sono le autorità locali (Francia), o organi indipendenti dello Stato (Ungheria), o agenzie governative (Svezia), i responsabili dei servizi di accoglienza, mentre la gestione di queste strutture viene di fatto affidata ad Ong o società miste pubblico-private.
Nella seconda accoglienza, secondo quanto riportato dal Rapporto annuale SPRAR 2015, l’Italia dimostra di avere a cuore l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, dipingendo un sistema che ha progressivamente coinvolto 800 comuni sul territorio italiano, con numeri in costante ascesa. Sebbene ci sia ancora molto lavoro da fare, considerato che il sistema SPRAR accoglie attualmente solo il 19% dei richiedenti asilo in Italia mentre i centri di prima accoglienza (temporanea) accolgono il 73% dei richiedenti asilo, possiamo comunque ascrivere l’esperienza italiana tra le best practice in Europa.
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