Viaggi nel gusto: le Storie della Vera Amatriciana
A LineaDiretta24 siamo consapevoli di imbarcarci questa volta in una questione spinosa, di quelle che possono dividere famiglie e porre fine a legami che sembravano indissolubili. Tuttavia, consci che la verità alle volte può risultare scomoda e generare conflitto, crediamo che il buon giornalismo debba anche affrontare grandi e scottanti temi. E che ci sono momenti in cui, anche se è faticoso, bisogna schierarsi. Noi qui non lo faremo direttamente, ma cercheremo di darvi gli elementi perché voi possiate farlo, in informata autonomia e con maturità di giudizio.
La questione è di quelle che fanno tremare i polsi: nella Vera Amatriciana il pomodoro ci va o non ci va?
E quella della vera Amatriciana è una questione solo culinaria, o può scomodare in realtà la storia, il territorio, la politica, i grandi ideali e financo la religione?


E il pomodoro? Il pomodoro, che viene dall’America, si diffonde molto lentamente in Europa. È certo, e negarlo sarebbe roba da terrapiattisti, che ancora nel seicento il suo uso nella nostra cucina era praticamente sconosciuto (e poi, ma scusate, un pomodoro in transumanza? come nella barzelletta dei pomodori che attraversano la strada).
Quindi, nel piatto che si preparano i nostri pastori amatriciani tra gli armenti fino almeno al XVIII secolo, del pomodoro non c’è traccia. La prima testimonianza scritta dell’uso del pomo americano per condire la pasta è nel manuale di cucina L’Apicio Moderno, di un tale di cui parleremo più avanti, del 1790. E all’epoca, il preparato amatriciano era noto come pasta alla gricia o griscia, da Grisciano, paese a nord di Amatrice, oggi frazione di Accumoli: stessi pastori, stessi ingredienti, stessa temperie.

Ma qui cominciano le dolorose divisioni. Mentre non c’è dubbio sull’uso del guanciale e giammai della pancetta, perché data la stagionatura il guanciale è più compatto, consistente e saporito, croccante quando fritto, gli esperti si dividono sull’arrivo del pomodoro: secondo alcuni giungerebbe con i Borbone e la loro famosa passione per la pummarola, quando nel 1735 acquisiscono vari feudi dell’Abruzzo Ulteriore al patrimonio del Re di Napoli, Amatrice compresa. Secondo altri il fatidico incontro avviene a Roma, nel rione Pigna, dove nello stesso periodo tra Vicolo de’ Matriciani e piazza Lancellotti si teneva il mercato di quelle strane genti che venivano dai monti Sibillini e dei loro prodotti (‘è arivato ‘n tipo strano, pareva ‘n matriciano‘, cioè uno straniero, un immigrato, un burino), e in particolare in una locanda con cucina chiamata L’Amatriciano, dove i suddetti albergavano quando in città.


Si potrebbe continuare a lungo. Ad esempio, anche la carbonara viene considerata una variante della gricia, che sarebbe stata portata al suo massimo successo per gli Alleati, già abituati ad eggs and bacon, a Roma durante la guerra; e anche su questo tema, che qui sarà meglio non aprire, sono possibili cruente discussioni.
Noi speriamo di avervi invece fornito gli elementi essenziali per maturare un vostro personale convincimento, una rotta interiore, ed affrontare serenamente il mondo e i suoi dubbi, gli scontri, anche le delusioni che talvolta ci propone.

In fondo l’Amatriciana, in qualunque versione, è tutto merito loro.

Ps. Per ulteriori informazioni sulle Storie della Vera Amatriciana, andate qui.