Kiron Café, uno spettacolo tra cronaca e mito

KIRON (1)Tra gli altopiani dell’Anatolia, in un luogo sperduto e imprecisato, sorge un caffé gestito da due improbabili proprietari: Prometeo e Chirone. E’ l’incipit dello spettacolo Kiron Café – La commedia del Centauro e altre storie, in scena al Teatro Parioli fino al 14 maggio. Spettacolo che parla molti linguaggi differenti – dalla musica, al canto, alla danza – Kiron Café si ispira alle opere di Ovidio, Dante, Omero e Senofonte e trova nella sua ambientazione il punto di partenza ideale per affrontare il tema delle migrazioni. Mito e realtà si inseguono sulla scena attraverso i molti personaggi che vi si avvicendano: prendono forma i miti degli Argonauti, di Achille, Medusa, Teseo e Arianna. E attraverso la mitologia si affronta anche il tema tanto attuale delle migrazioni, inteso in senso non solamente geografico, ma anche come rischio per l’identità culturale del mediterraneo.

Tutte queste storie si disvelano al pubblico nella penombra del Kiron Café, quasi nell’intimità di un racconto ascoltato intorno al fuoco. Lo spettacolo vive di suggestioni e contrasti: come quello tra luce e buio, che si traduce nel binomio conoscenza-ignoranza. Nella mitologia, Chirone e Prometeo simboleggiano proprio la conoscenza: il primo, considerato il più saggio tra i centauri, fu maestro di numerosi eroi; il secondo rubò il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini. Ma entrambi rappresentano anche la ribellione, la libertà, la necessità del cambiamento. Un cambiamento che non può arrivare a meno di varcare il confine tra buio e luce, sebbene l’impresa di Prometeo sia ricordata con amarezza dallo stesso protagonista, che ammette come gli uomini non sappiano davvero cosa farsene del dono della sapienza.

Kiron CaféÈ forse per questo, sembra suggerire lo spettacolo, che si resta insensibili davanti ai bisogni di chi percorre miglia e miglia per bussare alla nostra porta. Di fronte alla preoccupazione di perdere la propria identità, spesso si dimentica che dietro i volti di chi fugge ci sono bisogni primari semplicissimi, come la fame e il desiderio di normalità, che ci rendono tutti uguali. Proprio questi profughi senza nome né storia sono gli avventori del locale: privi di identità, ne troveranno una tra le mura del Kiron Café, trasformandosi da esseri umani a personaggi mitologici sotto l’accorta regia di un nostalgico Chirone. Su tutte, spicca la figura di una madre con bambino, “l’abbandonata”, testimone di una realtà difficile da spiegare a chi è innocente e ha bisogni sordi a qualsiasi legge o barriera.

Protagoniste sulla scena le belle musiche dal vivo, dal sapore gitano, di Marcello Fiorini e Antonio Pellegrino, che guidano le coreografie curate dal regista Aurelio Gatti. Esperimento originale che coniuga linguaggi diversi, Kiron Café manca però di una riflessione profonda sul tema dell’immigrazione, lasciando piuttosto allo spettatore il compito di cogliere le molte suggestioni del testo e il filo che lega mito e modernità. Apprezzabile, comunque, soprattutto l’intento di voler restituire umanità ad un tema che rischia sempre di più di diventare solo l’argomento di cronaca fisso del notiziario seriale, incapace di renderci veramente partecipi dal punto di vista emotivo.

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Twitter: @JoelleVanDyne_