Dino Viola: orgoglio giallorosso

“Nei discorsi del tifoso c’era un uomo schietto e ironico che dal piano terra di un palazzo è arrivato fino in cielo e Roma un giorno ha pianto ma mai scorderà quell’uomo forte.. le sue gesta da campione, gli anni d’oro e la curva che esplode d’amore”, era all’anagrafe Adino, per noi tutti il grande Dino Viola.

E Roma certo non dimentica, da quell’amaro 19 gennaio del 1991 sono trascorsi 25 anni, Ciarrapico, Di Martino, il rimpianto Sensi, Cappelli fino alla mesta e inconcludente conduzione americana di Di Benedetto e Pallotta, la successione seppur a volte gaudiosa, per nulla cela il ricordo di un Presidente che investì il tutto per tutto nella squadra capitolina, che credette con tutto se stesso nel progetto di rendere Roma grande, che ne fece a tutti gli effetti la sua seconda famiglia.

Da un paesino in provincia di Massa-Carrara, arriva nella capitale per studiare, ma l’ingegnere tirando calci al pallone in quel di Testaccio, si innamora a prima vista della Signora giallorossa e tenta più volte di metterle l’anello. Finalmente, alla fine degli anni 70, corona il suo sogno, e sotto le redini di Anzalone, rileva una Roma in grande difficoltà, ma poco importa, ambizione, diplomazia e una fede di puro oro giallo rosso, regalano gloria e potere all’impero Viola. 11 anni e otto mesi di grandi soddisfazioni: lo scudetto, 5 Coppe Italia, una Coppa Uefa, tanti trofei e secondi posti.
La sua buona aurea gli permise anche di sedere in Parlamento con la carica di Senatore nella compagine della Democrazia Cristiana.

Nei suoi ultimi momenti di presidenza, prima che il tumore all’intestino ne definì la dolorosissima dipartita, ebbe la fortuna, assolutamente corrisposta, di stringere le mani all’appena quattordicenne Capitan Totti: “Mi dicono che sei bravo”. Così come in una staffetta, in quella stretta di mano avveniva l’inconsapevole passaggio del testimone, l’amore indiscusso e genuino per una maglia da tenere alta, da proteggere; dunque dalle alte sedute della presidenza al prato verde, la Roma trovava di nuovo il suo Re.
Ma l’atmosfera fiabesca, doveva ahimè come nelle migliori trame, doveva subire la malaparata dei “cattivi di turno”, o meglio della cattiva gestione anche di uno o più turni. Il calciomercato dalla pubblicità incendiaria ma dal consueto esito poco produttivo, i gossip dello spogliatoio, i tanti che professano l’amore per la maglia, si baciano il petto nell’esultanza, figli del soldo assicurato che non è certo sinonimo di costanza e impegno, il non dialogo con i tifosi che mai capiscono e sono sempre troppo crudeli.
E pensare che il grande Dino era di tutt’altra idea : “La Roma ha una massa di tifosi spaventosamente bella e questo affetto, questo amore per i colori giallorossi mi ha messo dinnanzi ad una realtà dalla quale non si può sfuggire. Un pubblico così merita lo squadrone: una squadra mediocre non può difendere i colori della Roma; non può presentarsi dinanzi ad un pubblico che con uno stadio adeguato potrebbe calcolarsi sulle 150 mila unità.”

Ecco perchè a malapena l’Olimpico non va più oltre i 30 mila spettatori, ma il “difficile” arcano svelato già trentanni or sono, fa a cazzotti con l’indifferenza e le innumerevoli scuse del sacco di Trigoria.
Neanche a farlo di proposito, la prossima giornata di campionato vedrà la Roma allo Juventus Stadium impegnata contro i bianconeri, ed è un attimo il passaggio da Viola a Boniperti.

Il parallelo è d’obbligo, colori opposti, sempre nemici, ma della stessa pasta: “la Juve non è soltanto la squadra del mio cuore. È il mio cuore”. Le eccezioni che confermano la regola purtroppo appartengono agli uomini di un altro tempo, uomini tutti di un pezzo, che non pensavano certo a sponsor o procuratori, che mal conciliavano la loro indole con i salotti del calcio bene e che avevano in testa solo sogni puliti di una realtà rincorsa e concretizzata.
“Dal piano terra di un palazzo è arrivato fino in cielo” e lo spettacolo da lassù non è certo dei migliori.