È mattina ed è il 10 giugno 2015, i carabinieri cominciano l’operazione “fuoco sacro ora pro nobis” mentre un nuovo giorno sorge sulle case di cura Divina Provvidenza. Ci sono malati da assistere e le infermiere cominciano il loro giro di controlli nei corridoi, poi ad un tratto i telefoni cominciano a squillare. Squilla il telefono a Bisceglie, la sede centrale della fondazione di Don Uva,nelle strutture di Potenza e Foggia ed a Roma qualcuno è stato svegliato troppo presto. Venticinque indagati, dieci arresti, sette in carcere e tre ai domiciliari, accusati di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, mentre i primi giornali cominciano a parlare di cifre: 500 milioni di debiti tra Inps e Agenzia delle Entrate, 27 milioni sequestrati da un conto intestato alla casa di cura. Ma la Divina Provvidenza non era un centro di riabilitazione?

Per tentare di sbrogliare questa intricata matassa è necessario prima comprendere chi sono i protagonisti, cominciando da chi quel 10 giugno è finito nei guai. Antonio Azzollini è un senatore NCD, accusato di bancarotta per dissipazione, indebita induzione e associazione a delinquere, la cui custodia cautelare ai domiciliari sta facendo tremare, assieme agli indagati di Mafia Capitale, la Giunta delle elezioni e immunità del Senato presieduta da Dario Stefano. Secondo due testimoni, il presidente della Commissione Bilancio in una riunione tenutasi nell’ufficio di Rita Cesi (Suor Marcella, anche lei agli arresti), avrebbe esordito con: ” da oggi in poi comando io, se no vi piscio in bocca” affermazione da cui poi si sarebbe difeso nelle 9 pagine di memoria difensiva depositate il 24 giugno. Azzollini, secondo la procura sarebbe responsabile di 197 assunzioni bancarottiere senza contare la costruzione di un vero e proprio “ponte” tra la Casa Divina Provvidenza e le istituzioni sia italiane che Vaticane.
Il Sen. Antonio Azzollini, presidente commissione bilancio e amministratore della Casa Divina Provvidenza
Il Sen. Antonio Azzollini, presidente commissione bilancio e amministratore della Casa Divina Provvidenza
In primo luogo, gli inquirenti si dicono certi che il senatore avrebbe fatto approvare la legge sugli sgravi fiscali per le popolazioni terremotate, di cui la Cdp avrebbe goduto i benefici riassumibili in 20 milioni di finanziamenti senza interessi e senza sanzioni, inoltre la “collaborazione” tra Azzollini e Giuseppe Profiti, presidente del Bambin Gesù avrebbe permesso di creare una vasta rete di collegamenti Divina Provvidenza-Vaticano utilizzando lo stesso sistema, (già noto alle forze dell’ordine) riguardo la riacquisizione dell’Idi (su cui torneremo più avanti) facendo proprio leva, come dice la procura “sul doppio binario, politico-ecclesiastico, anche attraverso l’interlocuzione con i suoi altissimi referenti in Vaticano ed in particolare i cardinali Versaldi e Bertone, allo scopo di portare a compimento ambiziosi e sotterranei fini affaristici di riconquista degli enti”.
Figure non meno importati sono quelle di Antonio Damascelli e Antonio Battiante, rispettivamente il consulente fiscale e l’ex direttore generale. Il primo ai domiciliari, sarebbe responsabile di una cattiva gestione delle risorse finanziarie dell’Ente che a dire della procura avrebbe favorito lo sperpero e la dissipazione del patrimonio Cdp oltre che di forniture e contratti a vantaggio di terzi. Battiante invece, avvocato noto a Foggia e provincia, non si sarebbe limitato a svolgere le mansioni di consulente legale, bensì sarebbe stato il direttore generale dell’ente dal 12 novembre 2012 al 29 luglio 2013, percependo anche elevati compensi, già tracciati dagli inquirenti come quello di 317mila euro per delle prestazioni professionali che non avrebbe mai svolto. Per comprendere la gravità della pessima gestione burocratica e finanziaria dell’Ente, la procura di Trani dichiara in una nota di essere “destinataria di numerosi esposti in merito alla scandalosa gestione dell’Ente, nell’aprile 2012 aveva chiesto il fallimento dell’Ente Religioso e da quel momento la lunga e complessa indagine, condotta dal Nucleo di Polizia Tributaria di Bari della Guardia di Finanza, ha messo in luce l’innumerevole serie di reati che hanno portato al surrichiamato clamoroso crack da oltre 500 milioni, di cui oltre 350 sono rappresentati da debiti nei confronti dello Stato.”
Tra indagati ed arrestati, spiccano i nomi di due figure religiose a dir poco ” insospettabili” quali la madre superiora Suor Marcella Cesa e suor Assunta Puzzello. Dopo un deposito di passaggio dal conto dello IOR (prova del coinvolgimento delle istituzioni vaticane) sono stati rintracciati 27 milioni di euro sul conto di Suor Assunta. Il meccanismo dei passaggi, abile ma fallace, prevedeva che il denaro transitasse attraverso i conti correnti dello Ior per poi rientrare (con lo scudo fiscale) di nuovo in Italia non sul conto di Cdp bensì su “Casa di Procura” e “Suore ancelle della Divina Provvidenza“, enti paralleli alla struttura. Negli anni 90′, Lorenzo Leone (deceduto anni fa) scrisse al Vaticano denunciando una situazione di “sospetto benessere” della struttura facendo riferimento ad un conto di 60 miliardi di lire in possesso delle Ancelle della Divina Provvidenza mentre Suor Marcella e Suor Assunta fanno sapere dagli interrogatori che si trattano di “vecchie pensioni e contributi mai pagati”.
Seguendo il filone ecclesiastico, occorre provare a fare luce nella parte più oscura dell’inchiesta, quella riguardante il coinvolgimento delle Istituzioni Vaticane. In una intercettazione telefonica del 26 febbraio 2014 si sente il cardinale Giuseppe Versaldi all’epoca presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede e delegato pontificio della Congregazione dei Figli dell’Immacolata, parlare con Giuseppe Profiti, presidente del Bambin Gesù; durante la conversazione il cardinale chiede al manager di tacere di fronte al Santo Padre riguardo 30 milioni di euro provenienti da fondi pubblici italiani che sarebbero stati utilizzati per riacquisire l’Idi (Istituto Dermopatico dell’Immacolata). Quest’intercettazione ha un’elevatissimo valore giuridico per comprendere il modus operandi degli indagati.
Gli inquirenti infatti hanno tracciato un parallelo con il caso della Divina Provvidenza, portando alla luce quindi in che maniera i dirigenti divenissero proprietari degli enti. Attraverso l’ultima legge di stabilità vigente infatti, i 30 milioni di cui si parla erano stati stanziati per strutture come il Bambin Gesù, ma adoperati per riacquistare altre strutture commissariate per bancarotta come è accaduto con l’Idi. Questo stesso sistema è probabilmente quello che hanno adottato i dirigenti della Divina Provvidenza, (dopo che nel 2013 il Vaticano aveva commissariato la dirigenza) per colmare il grandissimo disavanzo finanziario (quasi 600 milioni di euro) attraverso soldi pubblici, che per tradurla in termini più semplici significherebbe che dopo aver dilapidato il patrimonio dell’Ente, questi tentavano di riacquisire lo stesso scaricando il disavanzo economico interamente sulla collettività.
La vicenda che ha a dir poco dell’incredibile, ha ancora tantissimi nodi da sciogliere, dalle posizioni di tutti gli indagati sino al coinvolgimento del Vaticano che presto o tardi sarà discusso in aula. Ciò che però è impossibile mettere a tacere sono le voci di tutti i dipendenti della Casa Divina Provvidenza, maggiormente colpiti dalla gestione dissennata delle strutture. Rischiano il posto infatti più di 600 dipendenti della struttura di Bisceglie senza contare le ripercussioni che Foggia e Potenza dovranno subire a causa del fallimento imminente della “Fiat del Nord barese” così definita la Cdp in Puglia, su cui cala un imbarazzante silenzio da tutti i fronti, sacri e profani.