Costellazioni di destini al Teatro Vascello

 Nel 1998 Gwineth Paltrow interpretava il ruolo di Helen nel film Sliding Doors. Una storia, e una vita, divisa tra due alternative: Helen che prende la metro, Helen che non prende la metro. La prima Helen muore, la seconda no; la prima Helen ha un fidanzato amorevole, la seconda uno infedele. 

 La citazione è banale e ovvia, ma si rende necessaria se nella stessa cornice londinese in cui era ambientato il film, Nick Payne ha portato in scena alcuni anni dopo, era il 2012, Constellations, un testo che contamina il tema del destino con alcune attualissime teorie della fisica quantistica. Nell’opera di Payne, in questo immenso punto interrogativo che è l’universo, la sorte assume tinte più oscure quando si interroga sulle relazioni amorose, una in particolare, paradigmatica, quella tra Orlando e Marianna. I due ripercorrono tutte le figure topiche del discorso amoroso, l’incontro, l’avvicinamento, il tradimento, la separazione, il riavvicinamento, l’addio, declinando ogni momento secondo le infinite possibilità dell’avvenire.

Nella rappresetazione che in questi giorni è in scena al Teatro Vascello di Roma, le Costellazioni hanno la regia di Silvio Peroni e i volti di Alessandro Tiberi e Margot Sikabonyi. Sotto un cielo di lampadine, i due occupano lo spazio scenico di un modesto rettangolo, ridisegnando più volte la realtà, le realtà. Marianna che fa il primo passo, Orlando che fa il primo passo, Marianna che tradisce, Orlando che tradisce, Marianna che lascia, Orlando che lascia e così avanti per poco più di un’ora, seguendo il ritmo incessante di uno spettacolo veloce, che alterna magistralmente momenti comici e tragici.{ads1}

Ai due, unici, interpreti viene richiesto un compito difficile: quello di rispettare le esigenze enormi di un testo eccezionale che impone l’utilizzo consapevole di molteplici registri drammatici, tanto che quelle mille alternative si trasformano rapidamente in altrettanti esercizi di stile e la riflessione sulla vita diventa, a suo modo, una discussione metateatrale. Il risultato sembra risentirne, appiattendosi talvolta su uno solo dei volti dei due personaggi, che sono, o almeno dovrebbero essere, contenitori vuoti.

Mentre si dispiegano numerosi particolarismi performativi, il filo della narrazione si riannoda intorno a un finale incombente che, intromettendosi più volte nel dramma, sembra paradossalmente già scritto. Certo che in quelle mille pieghe si nasconda l’essenza stessa dell’esistenza, è chiaro, ma anche la più innovativa delle teorie fisiche sembra cedere il passo all’idea perturbante del destino, che per alcuni assume le forme della divinità, per altri quella di una trascendente casualità. Ed è per questo che, ritornando alla Helen di Sliding Doors, anche quella che sopravvive incontra il fidanzato amorevole e Marianna e Orlando, pur scontrandosi e incontrandosi come particelle nello spazio, tendono sempre a ricongiungersi. Marianna parla di “esiti”, mentre l’attenzione sembra spostarsi sui percorsi, come se a fare la differenza fosse il viaggio e non la meta. Ma questo è vero solo per la mente umana, la scienza è tutt’altro affare.

Foto di Noemi Commendatore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *